Il Cacciatore di Piante – capitolo I


narrativa / domenica, maggio 27th, 2018

– Bougainvillea spectabilis –

 

«Perché hai scelto Cádiz?»
Una voce si introdusse nel flusso dei miei pensieri che ripercorrevano le avventure dei giorni precedenti. Mi trovavo sul lastricato chiamato Campo del Sur. Ero fermo di fronte alle vetrate di un museo sulle quali si rifletteva il blu dell’Atlantico. Al di là di esse potevo scorgere un sarcofago antropomorfo, il cui viso di marmo guardava oltre i turisti che si fermavano incuriositi, verso la profondità dell’oceano. Senza voltarmi misi a fuoco l’immagine che si rifletteva sul cristallo. L’abito bianco mosso dalla brezza marina sottolineava il colorito simile al miele della ragazza che mi aveva parlato.
«Ya lo sabes», risposi nella sua lingua.
Avevo visto la ragazza tra le file degli studenti che frequentavano il corso di farmacologia dell’Università di Cadice, presso la quale da pochi giorni avevo cominciato l’Erasmus. Ero stupito dal fatto che mi avesse raggiunto in quel luogo per chiedermi come mai avessi scelto la sua città per l’anno di studio all’estero. Pensando alle stranezze che da poco avevo vissuto, però, decisi di rimanere impassibile. Forse, così facendo, avrei ottenuto qualche altra informazione.

«Podalirio, escúchame.»
«¿Cómo sabes mi nombre?», la interruppi.
«Tutti sanno il nome di un guiri. È gossip.»
Ricordai che guiri è il nome con cui nello slang si indica uno straniero generalmente del Nord Europa. «Quello che voglio dirti è di stare attento», continuò. «Ti stanno cercando.»
A quel punto non riuscii a trattenere lo stupore e mi girai. «Cosa intendi dire? Ti riferisci ai ladri che mi hanno derubato due giorni fa?»
Non sembrò scomporsi per la mia domanda. Probabilmente la notizia che il guiri fosse stato derubato faceva parte anch’essa del gossip dell’università.

«Non erano ladri.»
La guardai scettico, ma all’improvviso la sua faccia si fece preoccupata. Seguii la direzione del suo sguardo e vidi un uomo che camminava a passo veloce in prossimità dell’abside della cattedrale di Santa Cruz Sobre el Mar. Notai che indossava un eccentrico smoking con bombetta.
«Vieni, presto!» Mi afferrò il braccio e strattonò verso una calle, imboccata la quale cominciò a correre.

*

Il nero dello smoking era impresso nei miei occhi come quello delle macchie che per qualche minuto restano nel campo visivo quando si guarda il sole. Lo avevo visto per la prima volta in Plaza de la Candelaria: vi stavo passeggiando due giorni prima con tre compagne di Erasmus, mangiando un panino.

Ero colpito dalla varietà di piante esotiche che crescevano rigogliose nelle aiuole. L’atmosfera era tiepida e rotta da richiami di uccelli che non ero abituato a sentire. Mi resi conto che si trattava di pappagalli. Vidi un movimento tra le fronde di una palma Phoenix. Un parrocchetto monaco si lanciò da un albero all’altro trasportando una liana. La sua sagoma nera, fra le lame di luce che filtravano dalle fronde degli alberi, pareva il corpo di un’araba fenice. Affascinato feci per avvicinarmi quando notai, sotto alla cascata di fiori fucsia di una bougainvillea, un gruppo di uomini accampati fra coperte e zaini. I vestiti luridi mi fecero pensare che fossero senza fissa dimora. A un tratto, dalla penombra emerse un signore dall’aria distinta. Con stupore lo guardai sistemarsi lo smoking e indossare una bombetta nera incredibilmente puliti rispetto agli stracci del gruppo. Per qualche istante mi fissò. Mi girai un attimo per vedere dove fossero le mie compagne di viaggio. Quando tornai a guardare in direzione della bougainvillea, era scomparso.

Erano da poco passate le ventiquattro quando, quella notte, finimmo di cenare. Le strade della città erano insolitamente deserte, se paragonate alla notturna moltitudine di persone a passeggio delle sere precedenti. Decisi di accompagnare le ragazze al proprio appartamento prima di tornare al mio. A metà strada un individuo dai capelli lunghi e unti ci affiancò. Prese a guardarci insistentemente. D’improvviso si aggiunse un altro figuro: il vagabondo in smoking ci si parò davanti.

Accelerammo il passo, ma egli continuava a starci davanti, osservandoci con le mani sui fianchi mentre camminava all’indietro. Poi, con nostro sollievo, entrambi si fermarono e scomparvero in una calle laterale.

Arrivati a destinazione, salutai le ragazze e mi diressi a passo veloce verso il settore della città dove si trovava il mio appartamento, ma prima che potessi raggiungerlo i due ricomparvero. Entrambi reggevano un coltello. Cominciai a correre, ma si lanciarono sul mio zaino. Lo recisero con la lama e afferratolo fuggirono.

Quando mi ripresi dalla sorpresa, mi resi conto che lungo la strada erano stati gettati, a distanza più o meno regolare, oggetti che mi appartenevano. Iniziai a raccoglierli.
Man mano che li ritrovavo cominciavo a provare una sensazione di inquietudine: camminando avevo ritrovato quaderni, penne, ma anche il cellulare, la macchina fotografica e il portafogli, all’interno del quale nulla mancava tra soldi, documenti e carte bancomat. Temevo che mi stessi dirigendo verso una trappola e che in tutto ciò il vero obiettivo fossi io. Mancavano solo due cose: un libro di botanica sistematica rilegato a Padova quasi cinquant’anni prima e lo zaino stesso.

Arrivai in prossimità della spiaggia La Caleta, dove due Ficus secolari formavano un intrico di enormi radici. Ritrovai lo zaino, ma del trattato di botanica non c’era traccia. In una fenditura tra le radici, tuttavia, trovai un altro libro. Si intitolava “Vida universitaria y leyendas de la biblioteca”. Nella parte bassa della copertina c’era inoltre scritto “Libro de Bienvenida”.

*

«Bienvenidos, chicos. Cosa prendete?»
La ragazza vestita di bianco, dopo aver smesso di correre e aver ripreso fiato, si era precipitata dentro un locale che faceva angolo tra due strette vie. “La Clandestina”, recitava l’insegna.
«Un té de menta, por favor.»
«¿Para los dos?»
«Sì, per entrambi» e, guardandomi, aggiunse «è quello che ci vuole.»

 

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