Il Cacciatore di Piante – Capitolo XVI


narrativa / domenica, settembre 16th, 2018

– Ciliegio in fiore –

 

 

Le scarpe urtavano ritmicamente il suolo nell’elastico impatto che spingeva verso l’alto il piede, la gamba e il corpo nel volo della danza. Il vento freddo che mordeva la cima del Toubkal acuiva i miei sensi.
Jedjiga aveva permesso a quattro donne della tribù di accompagnarci per attendere alla cerimonia. Una volta terminata, sarebbero tornate al villaggio e Jedjiga con loro. L’iniziazione mi avrebbe dato le conoscenze per raggiungere il giardino dove crescevano gli unici esemplari di Abritonide. Avrei dovuto recarmici da solo, perché le loro leggi imponevano che non più di un essere umano per volta potesse raggiungere il luogo sacro. Se i loro guerrieri fossero tornati in tempo, avrebbero impedito con la forza che più di due piedi calpestassero la terra del giardino. Nemmeno alla donna sciamano era concessa una deroga. Avrei avuto, infine, il permesso di raccogliere una foglia dell’Abritonide. Jedjiga mi spiegò che sarebbe stata sufficiente a guarire la gamba del prof. Flores.
Il canto e il ballo delle donne aumentarono di intensità, mentre Jedjiga attizzava le braci del fuoco che aveva acceso. Ne raccolse alcune in un recipiente di ceramica e con esso in mano si avvicinò a me. Posò sulle braci alcune erbe dall’aroma sconosciuto, poi orientò il vaso in modo che il vento ne spingesse il fumo sul mio viso.
Le molecole liberate dalle piante e il ritmo della danza produssero in me sinestesie in cui i gesti e le frasi dello sciamano si mescolarono. Le parole che ella pronunciava non mi sembrarono più appartenere a un differente idioma. Io potevo comprenderla ed ella poteva comprendere me.
«La cima del monte Toubkal è la cima del monte da cui tutto si vede. Ma solo una, tra le mille strade e i mille sentieri che puoi scrutare dal Toubkal, colpisce la vista. È la via che conduce al giardino sacro della pianta che tutto guarisce.»
Alzò le braccia al cielo e io le seguii con lo sguardo, fino a comprendere ciò che indicava. La Via Lattea risplendeva nella notte priva di luci artificiali come mai avevo visto prima di allora. Aveva l’aspetto di una lunga nube scintillante e sembrava contenere al suo interno un sentiero violaceo. Mi sarei orientato con le stelle.
Intrecciò un racconto con voce melodiosa e decine di informazioni geografiche e astronomiche riempirono la mia immaginazione. Infine intonò un canto. Capii che non era più rivolta a me, ma stava innalzando l’inno della sua gente per qualunque essere stesse ascoltando. Erano parole rivolte agli animali della notte e del giorno, alle piante, alle montagne e al firmamento.

 

Osserva dentro di te, figlia del Sole,
Osserva la tua mente, specchio del cuore
riempirsi dell’immagine della Terra.

Gli infiniti colori del mondo accendono
il lume con cui allontani le tenebre
dal viso e scorgi la via della vita.

Guarda oltre il confine dell’orizzonte,
laddove le galassie si immergono nel mare,
laddove sorge la nuova aurora.

Sei parte dell’Universo, e il Cosmo è parte di te:
scintille iridescenti che fluttuano nel mistero
sospinte dalla brezza del tempo.

Muovi i tuoi passi nell’esistenza,
fallo con la travolgente energia di una stella,
con la leggerezza di una piuma mossa dal vento.

Ma ora

L’aria è scossa dal rombo di aerei neri
la terra divelta da turbini di fuoco: parole
di esseri che non sanno parlare.

Continua a volare, con ali delicate
segui la via e indicala a molti
affinché le grida diventino un sussurro

E l’azzurro del cielo ferito dagli incendi
sia guarito dalle genti che hai radunato:
le sole nubi che resteranno avranno il candore

del ciliegio in fiore su cui ti sei posata.

 

Una musica avvolse il mondo attorno a me: era la musica della natura, che fra i raggi delle stelle fluiva nell’aria.
Un passo, l’attimo di stacco dal suolo, il respiro. Iniziai la corsa verso il giardino sacro. Un passo, il volo, il fluire. Il volo, il respiro e la consapevolezza. Una consapevolezza stava prendendo forma dentro di me e, cristallina, attorno a me. Era la visione, a lungo dimenticata, del mio essere. Il corpo rispondeva leggero ed esplosivo alla mia volontà; la mia volontà rispondeva potente ai sogni. I sogni erano la biada, la volontà il mio destriero che se ne nutriva. Il mio essere era sogno, era volontà ed era corpo imperlato di sudore che rifletteva la luce degli astri. Mi muovevo nella luce ed ero origine della luce. La strada che percorrevo si perdeva tra le rocce, fra discese e salite e i muscoli bruciavano di piacere.
In un momento indefinito della notte mi fermai, sapendo di aver raggiunto il luogo che cercavo.

 

 

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