Il Cacciatore di Piante – Capitolo XVIII


narrativa / martedì, ottobre 2nd, 2018

– Montero –

 

 

Nei mesi successivi ritrovai la normalità della vita da studente. Frequentavo lezioni e seminari nella facoltà di piazza Fragela. Per tre giorni alla settimana mi recavo alle pratiche cliniche presso l’ospedale universitario Puerta del Mar. Per raggiungerlo percorrevo in bici la pista ciclabile che costeggiava l’Atlantico. Ogni tanto raffiche di vento sollevavano gli schizzi delle onde, bagnandomi con un piacevole aerosol salato. Nei pomeriggi studiavo, ma di tanto in tanto mi lanciavo in lunghe esplorazioni della terra andalusa.
Sapevo, però, che mentre il mio tempo trascorreva in una serena consuetudine, qualcosa di speciale accadeva nei laboratori dell’università.
Capitava che il prof. Flores mi incrociasse più o meno casualmente per i corridoi della facoltà e mi facesse cenno di seguirlo. In quelle occasioni mi portava in una stanza asettica, dove sotto speciali lampade stavano allineate centinaia di capsule di Petri. Al loro interno, nel corso del tempo, comparve prima un piccolo grumo bianco, chiamato callo di tessuto meristematico. Poi, sotto l’azione di auxine e citochinine, molecole sapientemente dosate dai ricercatori, ciascuna massa amorfa cominciò a diventare verde, a emettere radici e abbozzi di foglie.
Un giorno al posto delle capsule di Petri trovai vasetti di vermiculite, ciascuno contenente il proprio clone di Abritonide.
Ben presto una serra del Parque Genovés, il giardino botanico di Cadice, venne eletta a loro dimora. Mano a mano che crescevano assomigliavano sempre di più alla pianta di origine.
Le stagioni passarono e i venti invernali vennero placati dai tepori primaverili. Assieme alla primavera arrivò la prima pubblicazione scientifica del prof. Flores. Sebbene ancora non fosse stata eseguita l’identificazione delle molecole in essa contenute, la scoperta della pianta, ribattezzata Abritonis hookerii, ebbe una grande eco mediatica.
Per sicurezza il professore spostò tutti gli esemplari conservati al Parque Genovés in una località segreta. L’ultima volta che assieme a lui vidi le piante di Abritonide fu per aiutarlo a caricarle su di un pick up con cui le avrebbe trasportate in una serra di cui era l’unico a conoscere la localizzazione.
Per ringraziarmi pubblicamente di quanto avevo fatto per la causa dell’Abritonide mi invitò a una cena di gala, in cui avrebbe illustrato a ricchi investitori le potenzialità farmaceutiche della pianta. Insistette per portarmi personalmente alla cena.

*

Guardandomi allo specchio strinsi il nodo della cravatta fino al punto giusto, poi indossai la giacca dell’abito. In cinque minuti sarebbe arrivato il prof. Flores. Uscii dall’appartamento e presi l’ascensore.
Quando arrivai sul marciapiede, rimasi ad attendere qualche minuto avvolto dai rumori del traffico. Su di questi emerse l’urlo del motore di una macchina sportiva. Notai che sulla strada correva un’auto metallizzata dalle forme slanciate. Facendo rombare il motore, la Lamborghini four doors accostò dove stavo aspettando. Un finestrino si abbassò e il prof. Flores, sporgendosi dal sedile del guidatore, mi fece cenno di salire. Quando aprii la portiera anteriore notai dei passanti che mi guardavano.
«Ciao», mi salutò Anaid mentre allacciavo la cintura.
«Ciao», risposi con la bocca secca. Era mollemente appoggiata ai due sedili in pelle posteriori. Un abito semplice e allo stesso tempo elegante seguiva le linee del suo corpo.
«Bella macchina», dissi cercando di fare un po’ di conversazione.
«Sì?», chiese con una domanda retorica. «Sono contento piacciano anche a te le Lamborghini. È un acquisto recente.»
«Davvero?», risposi. Non avevo idee per continuare il dialogo.
«Già. Ero indeciso tra vari modelli. Quella che va per la maggiore ha il nome di una razza di tori da combattimento spagnoli. Aveva un bel design, ma alla fine ho deciso di non prenderla. Indovina come si chiamava.»
«Non me ne intendo molto di tori da combattimento spagnoli.»
«Gallardo. Il nome del modello era Gallardo. Che coincidenza, eh?»
«Già. E questa come si chiama?»
«Si chiama Estoque. È la spada con cui si uccide il toro.»

Raggiungemmo una località di campagna e oltrepassammo un antico cancello sovrastato dalla sigla HMF in ferro battuto. Al termine di una lunga strada bianca entrammo in un cortile e parcheggiammo vicino alle costose macchine degli altri invitati.
Un tappeto rosso steso sulla ghiaia ci condusse verso l’ingresso della villa rinascimentale. Attraverso le vetrate del loggiato si intravedeva un buffet presso cui alcune decine di persone si stavano intrattenendo. Anaid era al mio braccio e il prof. Flores alcuni passi avanti. Entrammo mentre un fotografo immortalava il momento.
«Mi chiedo cosa penserebbe Jedjiga di tutto ciò», bisbigliai.
«Adesso non ci pensare, questo è il nostro momento», rispose Anaid.
Dopo l’aperitivo tutti si spostarono nel giardino interno, accomodandosi presso i tavolini circolari che vi erano stati disposti.
Quando, al termine della cena, ci venne servito il dolce, il prof. Flores salì su di un piccolo palco e tenne il suo discorso. Alla conclusione, volle che Anaid e io ci alzassimo in piedi. «Senza l’aiuto di questi due ragazzi la medicina non potrebbe essere alle soglie di questa svolta storica.»
Un applauso ci accolse.
Al termine della serata, mentre guidava al ritorno, il professore era particolarmente loquace. Era riuscito a convincere numerosi investitori a finanziare la ricerca e ora avrebbe potuto iniziare lo studio delle molecole contenute nell’Abritonide. Anaid invece era silenziosa, mentre io ero occupato a gestire il senso di colpa che provavo nei confronti della Tribù della Figlia del Sole.
Arrivati nella piazza della Cattedrale il prof. Flores insistette affinché restassimo ancora un po’ in compagnia prima di riportarmi a casa. Pensai che mi avrebbe aiutato a non pensare troppo e acconsentii.
«Vado a parcheggiare, aspettatemi nel mio studio.»
«Va bene», disse Anaid facendo tintinnare le chiavi dell’appartamento.
Salimmo le scale e raggiungemmo la porta d’ingresso. Anaid si arrestò. Era socchiusa.
Entrammo circospetti nel salotto, ma tutto era al proprio posto.
«Non sembra siano passati i ladri», mormorò.
Entrammo nello studio e accendemmo la lampada della scrivania.
Sentii i peli rizzarsi.
Al centro della stanza c’era Gallardo. Ci puntava contro una pistola.
Si aggiustò la bombetta del suo eccentrico vestito occidentale, mentre lo guardavamo impietriti.
«Pensavate che mi sarei rassegnato così facilmente? Evidentemente non sapete di che pasta sono fatto. Questa sera avremo l’occasione di conoscerci meglio.»
«Cosa vuoi ancora da noi?», chiesi vincendo il nodo alla gola.
«Lo sai molto bene. Si dà il caso che gli unici esemplari di quella che voi chiamate Abritonis hookerii siano in vostro possesso. Gli unici esemplari in tutto il pianeta.»
«Ormai la pianta è brevettata, non c’è più spazio per te.»
«Che sciocchezza. Per legge si possono brevettare sostanze chimiche, organismi geneticamente modificati, ma non esseri viventi prelevati in natura.»
«Te ne intendi, per essere un portinaio.»
«Sei in vena di scherzi? Ti ricordo che ho un’arma in mano e non è una pistola giocattolo. Datemi la pianta.»
«Non possiamo, non è qui.»
«Dove l’avete nascosta?»
«È in una località segreta. Solo il prof. Flores ne conosce la posizione.»
«Smettila di dire balle. Dimmi dove si trova.»
«Ti ripeto che non ne abbiamo idea.»
«Forse non ci siamo capiti», disse con rabbia, poi puntò la pistola sopra alle nostre teste e fece fuoco. Una vetrina andò in frantumi.
«Stai calmo, così non otterrai niente.»
«Se fossi in te non ne sarei così sicuro. Scommetto che quando avrò ucciso la tua amichetta comincerai a parlare.»
Gallardo puntò l’arma in direzione di Anaid. Era pallida e sudava. Silenziosamente una lacrima scivolò sulla sua guancia.
Cominciai a pianificare una mossa per distrarre Gallardo. Notai un pesante fermacarte appoggiato sulla scrivania. Con uno scatto lo afferrai con l’intenzione di tirarglielo, ma fu troppo tardi.
Il suono dello sparo sconvolse per una seconda volta la tranquillità dello studio.
Anaid vacillò e mi precipitai a sostenerla. Con le labbra socchiuse annaspava ed era scossa da tremori.
Mentre la stringevo fra le braccia mi voltai pieno di rabbia e disperazione a guardare Gallardo.
Aveva uno sguardo che non mi sarei aspettato da un assassino. Strabuzzava gli occhi e guardava verso il basso. Lasciò cadere la pistola.
Una macchia di sangue gli si stava allargando sulla camicia. Disorientato l’uomo si accasciò a terra, appoggiando le spalle contro il muro.
Senza capire cosa fosse successo ispezionai Anaid, che mi abbracciava impaurita. Non aveva nessuna ferita.
«Ecco la stoccata che ti meritavi, maledetto toro.»
Increduli guardammo il prof. Flores superare la soglia dello studio e appoggiare il fucile sul divano.
Capii quello che era successo. Ora l’unico ad aver bisogno di aiuto era Gallardo. Mi avvicinai a lui. Respirava a fatica, ma era ancora vivo.
«Qualcuno chiami un’ambulanza», dissi ad alta voce.
«Non preoccuparti, è ricercato per l’abbattimento di un elicottero e l’uccisione dell’equipaggio. In più è stato il primo a sparare. Io sono tranquillo, anche se muore non rischio il carcere», disse cinico Flores.
«Anaid, ti prego», replicai cercando di comprimere la ferita per arrestare l’emorragia. «Siamo esseri umani. Chiama un’ambulanza.»
Ella prese il telefono.
Il padre si avvicinò a Gallardo. «Un traditore come te non si meriterebbe questo», disse indicando la figlia che chiamava soccorso.
Alcuni spasmi percorsero il corpo del ferito. Con uno sforzo che sembrò enorme aprì gli occhi e cominciò a parlare. Era poco più che un rauco sussurro.
«Io non sono un traditore.»
«Hai rubato informazioni e hai cercato di ucciderci, sì che lo sei», insistette Flores.
«Io non ho mai tradito le persone in nome delle quali ho combattuto. Non ho mai smesso di difendere la mia gente da quelli come te. Credi che all’inizio fossi davvero tuo schiavo? Lavoravo per te così da guadagnarmi la tua fiducia. Era necessario tu ti fidassi di me, ma attendevo solo il momento giusto per fermarti.»
«Eri una spia fin dall’inizio, allora.»
«Non sono una spia. Sono un guerriero. Un guerriero della Tribù della Figlia del Sole. Mia madre Jedjiga mi ha insegnato la lealtà e io sempre le sono stato leale.»
Ero sconvolto. Avevo tra le braccia, morente, il guerriero che Jedjiga stava attendendo.
«Ecco come mai hai fatto irruzione nel pianoro del’Abritonide con i tuoi uomini. Non eravate cacciatori di piante, volevate solo difendere il vostro luogo sacro», dissi, mentre mi rendevo conto che i suoi compagni di battaglia erano gli stessi che avevo visto sotto alla Bougainvillea e infiltrati tra il personale di Montero come agenti di sicurezza della sua villa di Barcellona.
«Non ho fatto in tempo a spiegartelo.»
Flores mise una mano sulla mia spalla. «Non ascoltare quest’uomo malvagio. Ha cercato di ucciderti più volte.»
Gallardo si agitò con le sue ultime forze. «Chi è veramente malvagio, fra noi due? Tu hai coinvolto dei ragazzi innocenti nei tuoi piani, li hai usati per raggiungere i tuoi obiettivi. Io ho solo cercato di difendere l’eredità del mio popolo. Chi è veramente malvagio fra noi due, Hernando Flores Montero?»
Furono le sue ultime parole, poi smise di respirare.
Pur sapendo che era inutile, iniziai disperatamente una rianimazione cardiorespiratoria. Continuai il massaggio cardiaco fino all’arrivo dell’ambulanza, quando un medico constatò il decesso.
Mentre attendevamo l’arrivo della polizia, Anaid si chiuse in bagno. Raggiunsi il professore nel salotto.
Egli stava tranquillamente seduto su di una poltrona. Mi misi di fronte a lui. Ero sudato e sporco di sangue, ma non aveva importanza.
«Hernando Flores Montero.»
«Dimmi.»
«Montero. È un caso che questo sia il tuo secondo cognome?»
Attese alcuni secondi, come se dovesse decidere la verità che preferiva raccontarmi.
«Alla fine, è giusto che tu sappia. Hernando Montero Ferrer era un farmacista di Barcellona. Aveva un sogno. Mirava a fondare una casa farmaceutica. Dopo una vita di sforzi, la Montero Pharma divenne una società per azioni. Hernando Montero Ferrer era il padre di mia madre.»
All’improvviso rividi nella mente la villa di Barcellona, in cui Anaid si muoveva come se fosse a casa. Era a casa. Rividi lo studio impolverato, e capii perché non venisse più utilizzato da decenni. Lo sguardo familiare dell’antico dipinto, ce l’avevo di fronte in quell’istante. Il professore aveva lo stesso taglio d’occhi di suo nonno e anche Anaid l’aveva ereditato.
«La Montero Pharma divenne una delle più grandi aziende del paese», continuò. «Ma dieci anni fa alcuni investimenti sbagliati la condussero sull’orlo del fallimento. Fino a pochi mesi fa il fatturato bastava a stento a pagare spese e debiti. La scoperta dell’Abritonide avrebbe potuto salvare l’azienda, e questo sta avvenendo: il valore delle azioni nell’ultimo periodo ha cominciato a crescere in modo esponenziale.»
Compresi la ragione della fuoriserie nuova.
«Come mai mi hai coinvolto in questa storia? E, soprattutto, perché mi hai fatto credere che Montero fosse il nemico?»
«Quando ho visto il Manuale di Botanica Sistematica che leggevi, con l’immagine dell’Abritonide in copertina, ho capito che tu rappresentavi un tassello importante nella ricerca. Per rispondere alla tua seconda domanda, prova a ripensare ai mesi passati. Qual’è stata la spinta fondamentale che ti ha convinto a collaborare con noi? Sii sincero.»
«Il desiderio di tornare alla normalità.»
«Esatto. La coscienza di avere un nemico pericoloso a cui sfuggire ha fatto in modo che ti dedicassi incondizionatamente, con tutto te stesso, alla nostra causa. Se tu avessi saputo di lavorare semplicemente per un’azienda privata non ti saresti impegnato così.»
«Mi avete manipolato», esclamai. «E avete messo a repentaglio la mia vita.»
«Non era nostra intenzione mettere a rischio la tua incolumità. Era tutto pianificato per garantire che la ricerca procedesse in tutta sicurezza. La situazione ha cominciato a sfuggirci di mano quando Gallardo ha preso a comportarsi in modo imprevedibile.»
«Con i vostri metodi certo che la situazione vi sfugge di mano», dissi sentendo crescere la rabbia. «Avete la presunzione di manipolare la realtà, di violare la libertà della gente, di rubare a una tribù indifesa.»
«Tanto indifesa alla fine non era.»
«È comprensibile che abbiano lottato per difendere la pianta. Per loro era sacra. Avreste potuto essere sinceri e chiedergliene un esemplare.»
«Sai anche tu che non avrebbero mai acconsentito. Se avessimo dichiarato le nostre intenzioni le possibilità per un occidentale di vedere l’Abritonide sarebbero scese a zero per i prossimi due secoli. A questo sei servito tu.»
«A conquistare la loro fiducia?»
«Sì. Per questo è stato fondamentale che tu non fossi a conoscenza del fatto che avremmo usato la pianta come fonte di guadagno. Ti hanno rivelato il luogo dove la custodivano solo grazie al tuo sincero interesse per la natura e alla spontanea volontà di curarmi.»
«Anche la gamba ferita era una messinscena?»
«Sì. Mentre eravate in spiaggia mi sono fatto portare in motoscafo all’ospedale.»
«E Anaid sapeva che la ferita era una montatura?»
Montero scosse la testa. «No. Affinché una storia divenga reale, a volte nemmeno i suoi attori devono riconoscere la finzione.»
«E tu chi saresti, lo scrittore, il demiurgo? Stai manovrando i tuoi stessi cari. Sei un esaltato.»
«Sono semplicemente l’unico in grado di riconoscere il bene maggiore.»

Quando la polizia entrò nell’appartamento, iniziarono subito gli interrogatori. Un agente ci informò che ci sarebbe stato un processo, ma che trattandosi di legittima difesa non avrebbe causato problemi a nessuno.
Prima di lasciare la casa mi rivolsi un’ultima volta a Montero.
«Mi permetterai di riportare alcune piante alla Tribù della Figlia del Sole?»
La sua risposta arrivò inaspettata e glaciale.
«No. Non se ne parla nemmeno.»

*

Nelle settimane che seguirono Anaid si fece schiva. Ebbi l’impressione che volesse evitare di parlarmi. Avrei voluto chiederle perché mi avesse mentito riguardo a Montero, ma realizzai che sarebbe stata una domanda inutile. Aveva fatto gli interessi della sua famiglia e discuterne non avrebbe portato a nulla.
La mattina dell’esame di farmacologia la incrociai mentre salivamo la scalinata di accesso alla facoltà.
«Pronta?»
Fece un cenno di assenso.
Concentrati sulle nozioni che avevamo studiato attraversammo il salone d’ingresso. Eravamo assorti e quasi inciampammo su di un secchio d’acqua. Poco distante un uomo delle pulizie, inginocchiato a terra, stava lucidando il pavimento con uno straccio.
Quando gli passammo vicino alzò il viso da terra. Lo riconobbi immediatamente.
«Zayd», dissi quasi gridando per la sorpresa. «Cosa ci fai qui?»
Anaid si girò. «Zayd?»
L’uomo riprese il suo lavoro, ignorandoci. Mi inginocchiai vicino a lui e ripetei la domanda. Al che tornò a sollevare il viso.
«Ero sciamano per proteggere la Madre Terra. Ma il giardino sacro è stato violato. La Tribù della Figlia del Sole si è disgregata. Ho fallito. Il mio compito non ha più significato.»
Non riuscii a trovare parole per rispondere. Un compagno di corso attraversò di corsa l’atrio e ci disse di muoverci. «L’esame sta per cominciare, cosa ci fate ancora qui?»
Lo seguimmo e prendemmo posto in una grande aula.
Mentre il professore e gli assistenti distribuivano i fogli con le domande lanciai un’occhiata ad Anaid, seduta qualche bancata più in là. Con il dorso della mano si stava asciugando gli occhi.
Due ore dopo andai a consegnare il compito. Sentivo il viso arrossato per lo sforzo di concentrazione. Notai che Anaid non era più al suo posto. Mi chiesi quanto tempo prima di me avesse finito.
Quando tornai al banco dov’ero seduto per recuperare astuccio e penne, erano in una posizione diversa da quella in cui li ricordavo. Una matita era stata lasciata fuori. Mentre la riponevo nel suo contenitore notai degli scarabocchi sul tavolo. Erano due serie di numeri.
Ebbi immediatamente chiaro di cosa si trattasse. Coordinate geografiche. Erano le coordinate geografiche della serra dell’Abritonide. In qualche modo Anaid ne era venuta a conoscenza e voleva che la raggiungessi lì.
Mi precipitai fuori dall’edificio, aprii Google Maps sullo smartphone e inforcai la bici.
Dopo aver superato la cittadina di Puerto Real mi inoltrai nella campagna acquitrinosa fino a che vidi la serra. Non fu la costruzione ad attirare per prima la mia attenzione, ma la colonna di fumo.
Quando fui abbastanza vicino vidi a terra una latta di benzina vuota. Le fiamme stavano divorando la coltivazione di Abritonide.
Mimetizzato tra i giunchi vidi poi Zayd, in atteggiamento di preghiera. Poco più distante c’era Anaid. Quando mi fu vicina osservai il suo viso: vi era nuovamente dipinto lo sguardo della leonessa cacciatrice.
«Sei pronto a tornare in Marocco?», disse e mi mostrò un sacchetto di stoffa. Dentro vi erano quattro vasi, ciascuno con un esemplare della pianta sacra alla Tribù della Figlia del Sole.

 

 

 

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