Il Cacciatore di Piante – Capitolo XVII


narrativa / giovedì, settembre 20th, 2018

– Abritonide –

 

 

Una marea di luce si diffuse nel cielo e, mentre si spegnevano i lumi della notte, quella che pareva una moltitudine di stelle in movimento si accese nell’atmosfera. Insetti, come vibranti scintille, riempivano lo spazio aereo del giardino con un’attività frenetica. Quelli di dimensioni maggiori volavano in linea retta lungo vie che sembravano riservate all’alta velocità, mentre i più piccoli sfavillavano in grossi e lenti sciami. Mi trovavo in un piccolo pianoro protetto da una corona di picchi rocciosi. Presto individuai la ragione della presenza degli insetti: una pozza d’acqua alimentata dallo sciogliersi del poco ghiaccio sopravvissuto all’estate dissetava la vita di quell’Eden nascosto.
Una farfalla Macaone si scaldava al sole, muovendo lentamente le ali.
Quando si levò in volo la seguii. Andò a posarsi alla base di un arbusto di Ruta graveolens e depose alcune uova che lì avrebbero passato l’inverno. Poi riprese a volare fino a posarsi sul tronco di un Prunus avium, il ciliegio selvatico le cui foglie ormai si tingevano d’autunno. Ricordai il canto di Jedjiga.
«Salve Figlia del Sole», dissi. In quel luogo non mi sembrava strano rivolgere le mie parole a un lepidottero.
Come per risposta si levò nuovamente in volo. Le tenni dietro a fatica, camminando per alcune decine di metri.
Mi fermai un attimo a massaggiare le gambe indolenzite dagli sforzi del giorno precedente. Poi levai lo sguardo sulla pianta attorno a cui svolazzava la Papilio machaon.
Le gambe vacillarono. Non avevo davanti una pianta qualsiasi. Era l’Abritonide. Restai a contemplare le foglie che si dipartivano dal breve tronco e che si arricciavano su loro stesse come decine di nastri su di un pacco regalo.
Esplorando il giardino contai in tutto dieci esemplari. Pensai che probabilmente non esisteva pianta più rara sulla Terra.
Infine, cercando di limitare il più possibile i danni, recisi uno dei nastri verdi alla base dell’ascella fogliare. Lo avvolsi su se stesso e ne chiusi la parte ferita in un fazzoletto bagnato. Mentre stavo sistemando il tutto nello zaino, una voce mi fece sobbalzare.
«L’hai trovata», esclamò Anaid e mi corse incontro.
«Non dovresti essere qui.»
«Perché?», mi chiese, delusa dalla mia reazione fredda.
«Le leggi della Tribù della Figlia del Sole vietano che due persone stiano qui contemporaneamente.»
«Ormai cosa importa? Abbiamo trovato la pianta e questo è ciò che conta.»
«Come hai fatto a raggiungermi?»
Rispose mostrandomi il navigatore GPS. Mi resi conto di avere ancora il localizzatore al polso.
«Avresti dovuto chiedere il permesso a Jedjiga», iniziai a dire, ma mi interruppi. Un rumore sordo aveva cominciato a riempire l’aria. Nel giro di poco tempo riconobbi i suono dei rotori di un elicottero.
«Cos’è questa storia?», chiesi disorientato.
«Non ne ho idea», rispose.
Il rumore si fece improvvisamente assordante e il velivolo entrò nello spazio aereo del pianoro. Sulla fiancata nera campeggiava la scritta Montero Pharma.
«Il navigatore GPS», esclamai. «La rete su cui trasmetteva non era protetta. Hanno intercettato la mia posizione.»
Mi sentii esplodere di rabbia. Presi il navigatore GPS dalle mani di Anaid e lo lanciai a terra, rompendolo.
L’elicottero atterrò in prossimità del luogo dove la farfalla Macaone aveva deposto le sue uova. Quattro uomini in tuta bianca scesero a terra. Uno di essi, armato di pistola, venne in nostra direzione e ci fece stendere a terra, con le mani sulla nuca. Ciononostante riuscii a vedere i suoi colleghi sradicare gli esemplari di Abritonide e rimuoverli tutti, uno a uno. Quando li ebbero caricati sull’elicottero i quattro rientrarono nell’abitacolo e il pilota iniziò le procedure per riprendere quota.
In quel momento il giardino venne violato una seconda volta.
Gallardo, accompagnato da una decina di uomini armati, fece irruzione nel luogo sacro.
«Cacciatori di piante», gridò Anaid.
Mi alzai in piedi e fronteggiai Gallardo.
«Non lavoravi per Montero?»
Scosse la testa.
«Non voglio nemmeno sapere a chi ti sei venduto questa volta. Questo è davvero troppo», dissi con voce sibilante.
Prima che potesse rendersi conto delle mie intenzioni lo colpii al viso con un pugno. Stramazzò a terra senza sensi.
«Lo hai messo K.O.», disse Anaid restando a bocca aperta.
Anche io ero stupito di quello che avevo fatto ma, prima che potessi rifletterci su, un compare di Gallardo mi saltò addosso, mentre anche Anaid veniva trascinata via.
Mentre mi legavano i polsi con una corda uno di loro corse verso l’elicottero urlando parole sconnesse in arabo. Sollevò il Kalashnikov e prese a sparare. Ormai però il mezzo era troppo in alto perché i proiettili potessero danneggiarlo. Un altro uomo fece alcuni passi avanti e urlò qualcosa che creò il panico tra i compagni. Imbracciò un lanciamissili Strela-2 e impulsivamente fece fuoco. Aveva mirato in una direzione grossolanamente sbagliata, ma il missile in pochi attimi cambiò direzione e assestò il suo volo su di una retta precisa.
Raggiunse l’elicottero, che in un attimo scomparve in un vortice di fuoco. Mentre l’esplosione ancora rimbombava fra le montagne, pezzi della carcassa del velivolo precipitarono a terra avvolti dalle fiamme.
Gallardo riemerse dall’incoscienza e saltò in piedi. Iniziò a urlare contro il responsabile dell’abbattimento. Era fuori di sé per la rabbia e a malapena si accorse di altri due elicotteri che comparvero all’orizzonte nel giro di dieci minuti.
Quando furono abbastanza vicini, a tutti fu chiaro che si trattava di mezzi dell’esercito dotati di lanciarazzi e mitragliatrici pesanti. Il terrore si dipinse sulle facce dei fuorilegge, che presero a fuggire come lepri.
Quando i militari atterrarono sul pianoro, vi eravamo rimasti solo Anaid e io.

*

Il giorno successivo, dopo essere usciti dalle nostre rispettive ambasciate a Rabat, ci imbarcammo su di un volo per la Spagna. Nel pomeriggio facemmo ritorno a Cadice.
Quando entrammo nell’appartamento del prof. Flores, lo trovammo nello studio. Era sulla poltrona, ma senza difficoltà si alzò in piedi e ci venne incontro.
«Gli antibiotici fanno ancora miracoli», disse.
«Non siamo riusciti a portarti una pianta di Abritonide», rispose precipitosa Anaid.
«Tutti gli esemplari esistenti sono andati distrutti», aggiunsi.
La delusione di padre e figlia era palpabile. Dopo tutti gli sforzi compiuti anche io mi sentivo frustrato. Non solo non avevo recuperato l’Abritonide, ma involontariamente ne avevo causato l’irrimediabile scomparsa dalla natura.
«Un’altra specie si è estinta», disse amaramente.
«Si è estinta quasi prima ancora di essere scoperta», aggiunsi.
Egli si lasciò cadere pesantemente sulla sedia, con sguardo apatico, mentre Anaid, sempre battagliera, colpì il muro con un pugno.
Appoggiai lo zaino sulla scrivania.
«Se può interessarvi, ho un piccolo campione della pianta», dissi estraendo la foglia. «Certo, non se ne può fare molto, ma è pur sempre interessante.»
«Buona solo per l’erbario di un museo», disse Anaid.
Il prof. Flores al contrario della figlia si precipitò a guardare, interessato. Dipanai il nastro vegetale e glielo porsi.
Egli fece scivolare le sue dita lungo la superficie liscia fino all’ascella fogliare recisa. Avvicinò quest’ultima agli occhi e si aggiustò le lenti sul naso, trepidante. Poi si lasciò andare in un’esclamazione di gioia.
Lo guardammo senza capire. Da una foglia non avrebbe certo potuto ottenere una talea.
«Hai avuto la brillante idea di raccogliere la foglia completa dell’ascella.»
«E questo cosa significa?»
«Significa una cosa straordinaria. Guarda, questa è una gemma apicale», disse indicando un puntino bianco alla base della foglia. «In questa struttura sono presenti le cellule meristematiche. Sono l’equivalente delle cellule staminali negli animali. Se opportunamente prelevate e trattate possono moltiplicarsi, differenziarsi e dare origine all’intera pianta. Si chiama “micropropagazione”.»
«Questo significa che avremo nuove piante?»
«Puoi starne certo. Finché non morirà l’ultima cellula meristematica questa specie non sarà estinta, e noi non permetteremo che ciò accada.»

 

 

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